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luciano grasso

sito web ufficiale dell'artista Luciano Grasso

 

 

LUCIANO GRASSO, architetto e pittore. Nato ad Acireale, vive ed opera a Catania.

 

 

Iscritto al Liceo artistico di Catania, comincia a fare le prime esperienze di disegno dal vivo sotto la guida dei professori Polisca e Tornatore. In

quegli anni sono più intense le frequentazioni artistiche, con varie partecipazioni a mostre collettive ed istallazioni di strada.

Appena laureato, collabora al restauro della Fontana del Tritone, opera scultorea del Bernini, in piazza Barberini a Roma.

Gli anni universitari e successivamente la professione di Architetto, e varie vicissitudini, non lasciano spazi per la pittura e la grafica che prima curava.

Dopo aver esercitato la professione di architetto, solo nel 2009, riscopre la voglia di sperimentarsi nelle arti grafiche e nella pittura.

Nel Gennaio 2016, insieme ad altri cinque artisti, concorre alla fondazione di ARTEALCENTRO, associazione culturale con sede a Catania in Piazza Manganelli 14, al fine di svolgere informazione e divulgazione culturali rivolte non solo agli addetti ai lavori ma anche al grande pubblico, favorire il confronto e lo scambio tra diversi linguaggi artistici attraverso incontri con autori, manifestazioni ed eventi per la promozione dell'Arte Contemporanea.

Dipinge figure ed oggetti inseriti in un contesto di spazio e di luce che cercano e trovano la bellezza nella normalità quotidiana.

 

Un pittore che cerca la bellezza nella normalità quotidiana, così si definisce Luciano Grasso.

Dietro l'apparente semplicità, questa definizione nasconde il difficile impegno di una scommessa complessa ed ardua in un mondo in cui l'immagine dominante (imposta dai vecchi e nuovi strumenti di comunicazione e socializzazione) tende ad escludere la ricerca e la riflessione tesa com'è a consumare “in tempo reale” se stessa perchè un'altra possa sostituirla, e poi un'altra ancora e un'altra ancora.... Al contrario, Luciano Grasso ricerca i valori durevoli (la bellezza) e si concede il tempo per trovarli, proponendoci oggetti, ambienti e luci fissati in un “momento di sospensione” tra l'azione appena accaduta e quella che sta per succedere.

Come l'orma è la traccia del passaggio di qualcuno, l'ombra è la traccia della luce che dura soltanto un attimo. Nelle opere di Grasso, invece, la luce e l'ombra sospendono il loro mutare e si presentano: Il momento di sospensione si allunga e si dilata per lasciare il tempo necessario alla osservazione, per dare la possibilità di immaginare chi e perché ha posato proprio là quegli oggetti, quando e come tornerà ad usarli.

Così la macchina da cucire può invitarci a svitare la placca metallica incisa per vedere il meccanismo che la fa funzionare. Ma può invitarci anche ad immaginare cosa sarà prodotto dalla cucitrice (una semplice sarcitura o un abito?), o i suoi umori e pensieri mentre col piede abile aziona il pedale e con mano esperta guida la stoffa sotto l’ago veloce, che si sono depositati nell'immagine.

Certo è che riusciamo a sentire la canzoncina che canticchia al ritmo dei movimenti.

Non è mai raffigurata la solitudine, come la rarefazione della staticità dell'immagine che si avverte sembra suggerire, ma l'attimo in cui gli oggetti trovano la propria presenza, il loro posto nello spazio e istaurano reciproci rapporti e relazioni che trascendono dall'uso a cui essi sono stati e saranno destinati.

Ma tali rapporti e relazioni non avrebbero quel particolare carattere senza quelle discrete ma determinanti luci ed ombre, trame e quelle trasparenze.

In ogni quadro c'è sempre una figura umana, anche quando non compare: come non sentire il fruscio della donna o dell'uomo, appena uscito dalla scena del quadro? Come non avvertire il ragionamento che ha fatto scegliere quegli oggetti e quella posizione?

Ogni dipinto è l'occasione per interpretare le ragioni profonde degli oggetti, della luce, delle trame dei tessuti e delle trame che gli oggetti innescano tra loro e lo spazio, celate dietro la loro immagine restituita qui con “esattezza” proprio per segnalare la presenza di altri significati.

Più Grasso si avvicina alla “verità” raffigurativa (se mai essa possa esistere), più ci porta ad allontanarci dal significato comune degli oggetti, ad indagare sulle memorie stratificatesi su essi e a comporre nuove relazioni.

Malgrado questa esattezza, il senso delle opere del nostro artista si avvicina più alle atmosfere rarefatte di Balthus che al distaccato collezionismo di Sciltian, sono infatti strumenti di riflessione che si interrogano sulla vera natura degli oggetti, dei materiali, degli spazi e della luce che non vengono “rappresentati”, ma presentati ed interrelati, perché anche l’osservatore possa partecipare alla loro definizione. È “opera aperta”.

 

Con il trittico dei tuppettiri la ricerca di Luciano Grasso trasla e si precisa. Non é più centrata sulle relazioni tra gli oggetti, tra questi e lo spazio-contesto e tra essi e l’azione che ha preceduto l’immagine fissata e quella che potrebbe seguire; non è più la quotidianità che viene resa epica col fermo-immagine e con il taglio della luce che caratterizza le composizioni e consente la accurata descrizione di tutti i particolari. Qui l’osservazione zoomma sul singolo oggetto che diventa l’elemento della ricerca del nostro artista; così il fuori-scala della rappresentazione permette l’indagine ”scientifica”: forma, geometrie, materia, rapporti dimensionali diventano parole di un monologo. Non siamo di fronte, come può apparire a primo acchito, al testo della definizione di un vocabolo riportata nel dizionario, ma di fronte ad un processo di astrazione, consentito da un lato dal fuori-scala dall’altro dall’estremo dettaglio, nel quale l’oggetto perde la funzione per conquistare i suoi caratteri più essenziali e precipui.

Così l’oggetto, che ormai é rimasto solo un pretesto, si mostra come una semisfera su un cono rovesciato; mostra i suoi materiali -il legno venato del corpo e il lucido acciaio della punta-, le sue poche decorazioni -le scanalature-, le sue proporzioni -tra l’ asse e la larghezza totali, tra le altezze del cono e della semisfera-, il tipo di riflessione della luce -laddove opaco laddove lucido-.

Qui la pittura di LG, non volendo cedere alla tentazione dell’astrattismo, diventa astrazione: l’oggetto pur mantenendo la sua fisicità si trasfigura in altro, diventa, identificandosi con le sue regole incorporee, la visione di uno dei tanti mondi fantastici che si possono rinvenire dentro ogni oggetto sottoposto ad una visione sempre più ravvicinata; non è l’osservazione al microscopio che ha consentito di scoprire i caratteri delle cose?

Così come la parola dialettale tuppettiru è onomatopeica, possiamo dire, per trasposizione, che anche le immagini del trittico lo sono: la parola restituisce il suono che la trottolina produce ruotando sul basolato, le immagini restituiscono l’essenza dell’oggetto.

Se Picasso ha potuto dire di sé, con tono perentorio ma motivato, “io non cerco, trovo!”, per Luciano Grasso, senza volere mettere alcuna distanza tra noi e l’immortale Maestro, l’affermazione va capovolta: “io non trovo, cerco”.

 

Aurelio Cantone

 

 

 

Luciano Grasso is an architect and painter. He was born in Acireale. He lives and works in Catania.

 

 

Enrolled at Catania Art School, he begins to make the first experiences of figure drawing under the guidance of teachers Polisca and Tornatore. In those years, artistic acquaintances were more intense, with various group exhibitions and street art installations. Just graduated, he worked on the restoration of the Triton Fountain, sculpture by Bernini in Piazza Barberini in Rome.

College years, architectural profession and various vicissitudes, did not leave enough time for painting and graphics.

After working as an architect, in 2009 he rediscovered the desire to experiment in the graphic arts and painting.

In January 2016, along with five other artists, Luciano Grasso contributes to the foundation of ARTEALCENTRO, cultural association based in Catania in Piazza Manganelli 14, in order to provide information and disseminate cultural expression addressed not only to professionals but also to the general public, encouraging dialogue and exchange between different artistic forms through meetings with authors, exhibitions and events for the promotion of Contemporary Art.

Luciano Grasso paints figures and objects inserted in a spatial context and in a light, that seek and find the beauty in everyday normality.

 

«A painter who looks for beauty in ordinary daily», so Luciano Grasso defines himself. Behind the apparent simplicity, this definition hides the difficult task of a complex and difficult challenge in a world where the dominant image (set by the old and new means of communication and socialization) tends to exclude research and reflection, consuming itself “in real time” and without the chance of being replaced. On the contrary, Luciano looks for lasting values (beauty) and gives himself time to find them, proposing objects, environments and lights fixed in a moment of suspension between the action just happened and what is going to happen. As the footprint is the trace of the passage of someone, the shadow is the trace of light that lasts only a moment. In the works of Grasso, the light and the shadow suspend their changing and they are both present. The moment of suspension stretches and expands to allow time for observation, to give a chance to figure out who and why has laid right there those objects, when and how he will go back to use them.

So the sewing machine can invite us to unscrew the engraved metal plate to observe the mechanism that makes it work. But it can also invite us to imagine what will be produced by the sewing machine (a simple patching or a dress?) or his moods and thoughts while his skilled foot activates the pedal and expertly guides the fabric under the fast needle, which are settled in the image. We can certainly hear the rhythmic sound of the movements of the sewing machine. It is never depicted the loneliness or the rarefaction of the static image that seems to suggest, but the moment in which objects find their presence, their place in the space, establishing connections that transcend the use to which they have been and will be allocated. But these connections would not have that particular character without those discrete but decisive lights and shadows, textures and transparancies.

In each painting there is always a human figure, even when it doesn’t appear: how not to hear the rustle of the movements of the woman or man, just out of the scene of the picture? How not to feel the reasoning that made ​​him choose those items and that position? Each painting is an opportunity to interpret the deep reasons of the objects, light, fabric textures and textures which trigger in the space, hidden behind their image returned “exactly” here to report the presence of other meanings. More Grasso approaches the figurative truth (if it ever could exist), more he leads us to move away from the ordinary meaning of the objects, to investigate the memories stratified on them and to make new connections.

Despite this accuracy, the meaning of the works of our artist is closer to the rarefied atmospheres of Balthus than the detached Sciltian collection; they are instruments of reflection which wonder the true nature of objects, materials, space and light that are not represented, but presented and interrelated because the observer may participate in their definition. It is an open work.

 

With the triptych of tuppettiri (sicilian word for “spinning top”), Luciano Grasso research changes and becomes more precise. It is no longer focused on the connection between objects, or between them and the space-context or between them and the action which preceded the fixed image and the one that could follow. It is no longer the everyday life, which is made epic with freeze-frame and with the cut of the light, that characterizes the compositions and enables accurate description of all the details. The observation zooms in on single object that becomes the research element of our artist; so the off scale representation allows the “scientific” inquiry: shape, geometry, material, dimensional relationship become words of a monologue. We are not faced with the text of the definition of a word listed in the dictionary, as it may first appear, but we are dealing with a process of abstraction. This process is enabled on the one hand by the off scale and on the other hand by the extreme detail, in which the object loses his function to capture its most essential and important features.

So the object, which is only a pretext now, shows itself how a hemisphere of an inverted cone; the object shows its materials -the grained wood and the shiny steel of the tip-, its few decorations -the groove-, its proportions-between the axis and the overall width, between the cone heights and half-sphere-, the kind of reflection of the light- in those parts that are shiny or opaque-.

 

Here Luciano Grasso painting, not wanting to succumb to the temptation of abstraction, becomes abstraction: the object, while maintaining its physical nature is transformed into another, identifying itself with its incorporeal rules. The object becomes the vision of one of the many fantastic worlds that can be found inside each object, which is subjected to a more and more close vision. Is not the microscopic observation that allowed to discover the characters of things?

As well as the dialect word tuppettiru is onomatopoeic, we can say, by transposition, that even the images of the triptych are onomatopeic: the word returns the sound made by spinning top, turning on the flagstone; the images show the essence of the object.

If Picasso could say of himself, peremptorily but motivated, "I do not seek, I find!", Luciano Grasso, without wanting to put some distance between us and the immortal Master, overtuned the statement: "I do not look for, I find. "

 

Aurelio Cantone